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Vademecum per aiutare una donna che subisce violenza

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Avere il sospetto o essere a conoscenza che una donna che conosciamo è vittima di violenza e/o stalking da parte di un uomo con cui è, o è stata, in una relazione affettiva ed intima, spesso provoca in noi sentimenti contrastanti.

Non sappiamo come comportarci e ci chiediamo se sia giusto intervenire, soprattutto se conosciamo entrambi, la donna che subisce violenza e l’uomo che l’esercita. Spesso il sospetto o la certezza del maltrattamento subito da una donna che conosciamo può suscitare in noi sentimenti di rabbia o incredulità: potremmo non credere a ciò che ci viene raccontato o pensare che la donna abbia fatto qualcosa che la rende almeno in parte responsabile della violenza che subisce. Potremmo sentirci frustrati dalla sua difficoltà a cogliere l’aiuto che le offriamo.

Fare i conti con la violenza nelle relazioni d’intimità comporta mettere in gioco i nostri sentimenti e pensieri, confrontarci con i nostri pregiudizi e prendere una posizione: cioè schierarsi dalla parte delle donne che subiscono violenza e non dalla parte di chi la esercita.

Come faccio a capire se una donna viene maltrattata?

Esistono degli indicatori (psicologici, comportamentali, fisici) che possono aiutarci a comprendere se una donna subisce violenza:

  • psicologici: paura, stati d’ansia, stress, attacchi di panico, depressione, perdita di autostima, agitazione, auto colpevolizzazione;
  • comportamentali: ritardi o assenze dal lavoro, agitazione in caso di assenza da casa, racconti incongruenti relativi a lividi o ferite, chiusura o isolamento sociale;
  • fisici: contusioni, bruciature, lividi, fratture, danni permanenti, aborti spontanei, disordini alimentari.

Esiste un solo modo per saperlo con certezza: chiederlo direttamente.

E’ importante che la domanda sia posta in un contesto di calma e tranquillità. E’ fondamentale che la donna si senta a suo agio al sicuro, perché possa parlare.

Le donne sono reticenti a parlare per vergogna, per paura che il compagno lo venga a sapere, per timore di non essere credute, perché pensano che sia colpa loro. E’ molto importante ascoltare, offrire il proprio supporto, con atteggiamento non giudicante e non forzare a prendere decisioni.

 

Come posso aiutarla?

Informati sulle dinamiche della violenza di genere sulle donne, non azzardare consigli ma documentati sull’argomento e chiama un centro antiviolenza. Si tratta di situazioni complesse e spesso pericolose.

 

Non pensare di trovare soluzioni rapide, definitive, semplici.

In caso di reale pericolo non metterti in pericolo anche tu, ma chiama le forze dell’ordine.

 

Che atteggiamento tenere?

  • Assicurati di avere tutto il tempo per ascoltare il suo racconto.
  • Rassicurala che credi a ciò che ti sta raccontando.
  • Non stupirti del fatto che il racconto può far emergere sentimenti della donna verso il compagno molto diversi fra loro: amore e paura, stima e odio, volontà di chiudere la relazione e speranza di una riconciliazione.
  • Dille che non c’è nessuna giustificazione alla violenza, che è una responsabilità di chi l’agisce.
  • Fai domande per capire da quanto tempo avviene la violenza, se è aumentata nel tempo e nella gravità, se ci sono armi in casa. Ti serviranno per capire la pericolosità della situazione e l’urgenza di una soluzione. Non sottovalutare le sue paure. Non farle domande tipo: “perché non te ne sei andata prima/non lo lasci?”. Si sentirà giudicata e non compresa nella complessità della situazione che sta vivendo.
  • Evita di dare giudizi e consigli su quello che deve  Sarà lei stessa a dirti ciò di cui ha bisogno. Non prendere iniziative senza accordarsi con la donna stessa.
  • Spesso al maltrattamento si associa un forte isolamento e una chiusura verso l’esterno. La tua vicinanza e solidarietà sono molto importanti.
  • Una delle minacce usate più frequentemente dal maltrattatore per ricattare la donna vittima delle sue violenze è quella di dirle che perderà i figli in caso di separazione o denuncia. Aiutala a capire che non è una “cattiva” madre se cerca di proteggere i suoi figli e che la violenza a cui assistono può essere destabilizzante per loro.
  • Sostieni le sue decisioni e rimandale forza. Ci sono sempre rischi legati a ogni decisione presa da una donna maltrattata ed è stata molto coraggiosa ad aprirsi e a raccontarti. Rassicurala che non rivelerai al suo compagno quanto ti ha esposto:ciò potrebbe recarle ulteriori rischi. La fase della separazione, in caso di maltrattamento, può essere molto pericolosa.
  • Dalle il numero di telefono del centro antiviolenza più vicino. Rassicurala del fatto che lì sarà ascoltata, troverà informazioni utili, non verrà forzata a prendere decisioni e che le sarà garantita la riservatezza.

 

In caso di emergenza chiamare:

  • Linea di aiuto sulla violenza, multilingue e attiva 24 ore su 24 in tutta Italia: 1522,chiamata gratuita.
  • Carabinieri: 112
  • Polizia: 113
  • Emergenza sanitaria: 118

 

NORME DI SICUREZZA NELL’USO DELLE ARMI DA FUOCO

Vengono comunemente definite “norme di sicurezza” tutta una serie di accorgimenti e precauzioni, codificate o meno, che devono sempre essere messe in atto quando si impiega un’arma da fuoco, al fine di evitare il verificarsi di malaugurati incidenti, che sono, purtroppo quasi sempre, ad esito mortale.

Tali norme devono sempre accompagnare ogni attività legata all’utilizzo delle armi da fuoco e con il tempo devono diventare un “riflesso condizionato” in ogni tiratore.

Quante volte, purtroppo, si è dovuto leggere sui quotidiani la notizia: “Credendo l’arma scarica, uccide l’amico al quale la stava mostrando” oppure “Trova l’arma del padre, lasciata carica, e uccide la sorellina”.

Tali incidenti sono stati determinati dalla superficialità con la quale vengono in genere manipolate le armi da fuoco e dalla “incosciente” violazione di ben precise “norme di sicurezza”.

L’abile e corretta manipolazione dell’arma da parte di un operatore della sicurezza deve essere sempre un’attività “tecnico-professionale” che bisogna assimilare ed attuare con assoluta padronanza fisica e mentale.

L’arma da fuoco diventa un oggetto estremamente pericoloso in mani inesperte e chi non è in grado di maneggiarle con sicurezza non dovrebbe nemmeno toccarle.

Tale lacuna è impensabile che sussista in un operatore che quotidianamente convive con le armi da fuoco. La precisa applicazione delle “norme o massime di sicurezza” deve diventare, come già detto, un “riflesso condizionato” per ogni operatore di polizia.

 

Le quattro fondamentali regole, per evitare incidenti, sono:

 

  1. CONSIDERARE OGNI ARMA COME SEMPRE

 

  • Ogni arma deve sempre essere trattata con attenzione e considerata sempre carica. Adottando le opportune cautele accertare, materialmente e visivamente, che questa è effettivamente scarica, cioè priva del caricatore (in caso si tratti di armi semiautomatiche o automatiche) o senza cartucce nel serbatoio in caso di shotgun, e senza cartuccia camerata (cioè in camera di cartuccia);
  • in caso di revolver, senza alcuna cartuccia nelle camere del cilindro o tamburo;
  • Non prendere mai per buona l’affermazione fatta da altri che l’arma è scarica; bisogna sempre verificare di persona. Ovviamente le operazioni per accertare che l’arma è effettivamente scarica vanno eseguite solo se si conosce perfettamente il tipo di arma e il suo

 

Una classica battuta dice che accidentalmente uccidono solo le armi “scariche” (logicamente ritenute erroneamente tali) e quindi non vergognatevi nel controllare e nel ricontrollare sempre con molta attenzione la vostra arma e, anche se scarica, maneggiatela sempre come se non lo fosse.

 

Infatti, normalmente, si e’ sempre molto cauti con un arma da fuoco considerata carica, così come si e’ estremamente cauti nel maneggiare un coltello molto affilato e questo di per se evita incidenti.

In qualsiasi momento e per qualsiasi motivo prendiate in mano un’ arma da fuoco controllatela e, se necessario scaricatela, puntando sempre la volata in direzione sicura ed accertandovi sicuramente che la camera di scoppio sia vuota.

Non limitate mai la vostra operazione di messa in sicurezza al semplice svuotamento o rimozione del serbatoio.

Qualunque intervento sulla vostra arma (manutenzione, pulizia ecc.) deve essere effettuato ad arma rigorosamente scarica.

 

  1. NON PERMETTERE MAI CHE LA VOLATA DELL’ARMA SIA PUNTATA VERSO QUALCOSA CHE NON SI VUOLE

 

  • Questa regola, unita alla prima, deve essere rispettata scrupolosamente in ogni situazione. La sua attenta e diligente osservanza consentirà sempre, anche nel caso di una “accidentale” partenza di un colpo, di evitare

 

Questa regola deve essere applicata sia in addestramento ma soprattutto in situazioni di combattimento dove la partenza accidentale di colpi sotto stress è un pericolo reale e concreto.

Durante l’impiego operativo di armi da fuoco può accadere che queste vengano puntate verso qualcuno presunto ostile, soprattutto se il soggetto in questione impugna un’ arma od un oggetto atto ad offendere.

In questa circostanza è legittimo assumere un atteggiamento difensivo e puntare l’ arma in direzione di chi rappresenti una reale e concreta minaccia (è preferibile essere pronti per reagire per primi).

Non commettiamo però mai l’ errore di puntare l’arma verso qualcuno, oltretutto con la stupida giustificazione “..ma e’ scarica”, pena il rischio di incidenti MORTALI. (leggi regola numero uno).

Se la situazione, invece, non richiede l’uso della forza letale, basterà semplicemente abbassare l’arma chiedendo spiegazioni e rispettare la successiva regola numero tre.

 

  1. TENERE SEMPRE IL DITO FUORI DAL GRILLETTO FINO A QUANDO NON SI E’ PRONTI A

 

  • Se non si ha intenzione di far fuoco che senso ha tenere il dito a contatto del grilletto? Fondamentale regola che va ad integrare e rendere più incisive e sicure le prime due e che non ha bisogno di ulteriori

 

Anche se si è in una situazione di rischio ma l’arma non e’ ancora puntata al bersaglio, o comunque questi non e’ ancora bersaglio certo, non si deve mai portare il dito sul grilletto, al fine di prevenire spari accidentali o prematuri (non dimentichiamo mai la tensione da stress indotta da una situazione ad alto rischio).

Quindi in qualsiasi momento, in poligono, in operazioni, a caccia, durante ogni spostamento, tenete sempre il dito fuori dalla guardia del grilletto.

 

  1. ESSERE SEMPRE SICURI DEL PROPRIO BERSAGLIO, DI COSA C’E’ DIETRO E AI LATI DELLO STESSO

 

  • Ultima delle quattro regole fondamentali di sicurezza, ma non meno importante delle altre. La certezza di corretta identificazione del bersaglio e soprattutto di quello che c’è dietro o nelle sue immediate vicinanze ha grande importanza specie nel caso di impiego di un’arma da fuoco nell’eventualità di risposta ad una aggressione

 

In questo caso il forte “stress” tenderà a far concentrare il tiratore esclusivamente sulla minaccia, escludendo otticamente e acusticamente tutto quello che accade nel contempo attorno a lui o nelle immediate vicinanze (cosi detto “effetto tunnel”).

Far degenerare una normale operazione anche se rischiosa in tragedia può essere questione di un attimo.

Muoversi in ambienti sconosciuti, bui e probabilmente ostili, con la paura di trovarsi di fronte ad un pericolo all’improvviso può portare a sparare verso un solo rumore sospetto o verso qualcuno che ha avuto la sola sfortuna di passare di lì al momento sbagliato, tutto questo con le conseguenze morali e legali che si possono facilmente immaginare.

Non permettete mai che questo vi accada, siate sempre sicuri al 100% del vostro bersaglio e della situazione di contorno (ferire od uccidere un innocente potrebbe essere il rimorso che vi tormenterebbe tutta la vita).

A queste quattro fondamentali “norme o regole di sicurezza” fanno da naturale contorno altre regole, vuoi codificate o imposte da regolamenti o semplicemente dettate dal buon senso e dalla prudenza.

Vediamone solo alcune, per esempio, da osservare comunque sempre a seconda che ci si trovi in poligono o nell’attività operativa:

 

In poligono:

 

  • scrupolosa osservanza del relativo regolamento e degli ordinativi dell’istruttore o del direttore di tiro;
  • l’uso di appositi occhiali protettivi e di cuffie antirumore;
  • se l’esercitazione è effettuata in uno stand di tiro occasionale, accertarsi che questo sia idoneo ed in grado di bloccare e trattenere le pallottole, per essere certi di non colpire niente che sia al di fuori dell’area di tiro e dei bersagli. Se l’esercitazione avviene in gruppo è indispensabile che una persona responsabile diriga il tiro, al fine di assicurare una migliore disciplina e ridurre i rischi di incidenti;
  • non sparare mai contro superfici dure, ad esempio una roccia, o su superfici lisce o liquide, ad esempio uno specchio d’acqua. La pallottola potrebbe rimbalzare e prendere direzioni imprevedibili, con i rischi facilmente immaginabili;
  • mai sparare contro cartelli stradali, non sono un bersaglio, e poi il proiettile dove va a finire?
  • prima di iniziare qualsiasi esercitazione, assicurarsi sempre che la camera di scoppio e la canna siano pulite e prive di ostruzioni;
  • Non usare mai le armi, e non permettere l’uso delle stesse a persone sotto l’influenza di alcool o

 

Modo corretto di portare l’arma da difesa:

 

Porto normale

 

  • usare sempre un’adeguata fondina per il porto, evitando assolutamente di portare l’arma infilata nella cintura dei pantaloni (c.d. porto alla messicana);
  • in caso di porto di armi lunghe (P.M., fucili o shotgun) l’impiego della cinghia, sia di tipo tradizionale o tattica, per il trasporto diviene fondamentale;
  • l’uso delle munizioni più idonee e sicure;
  • verificare spesso, specie se non viene usata a fuoco per lunghi periodi, che l’arma abbia sempre la completa e totale funzionalità delle sue parti e che i relativi congegni e meccanismi, quali eventuali sicure, scatto, alimentazione (caricatore o serbatoio), estrattori, ecc. funzionino regolarmente;
  • pulirla sempre al termine di ogni esercitazione a fuoco e, periodicamente, anche nel caso di inattività.
  • Se le cartucce vengono manipolate spesso per addestramento o sono cadute a terra su superfici dure, con possibilità di deformazione del fondello, sostituirle con altre nuove, al fine di evitare rischi di inceppamenti o malfunzionamenti di

 

Attività operativa

 

  • fare attenzione a non camminare, arrampicarsi o seguire un amico, o collega, con l’arma impugnata, carica e pronta a far fuoco (cane armato nel caso di armi corte);
  • quando ci si muove impugnando l’arma, tenerla in maniera da controllare sempre la posizione della volata;
  • se si deve salire una scala ripida, per cui c’è necessità di servirsi anche delle mani, o scavalcare un muretto, l’arma va riposta in fondina, assicurandola, attraverso l’apposito ritegno, da cadute accidentali; in caso di fucile o shotgun l’arma va assicurata al corpo attraverso la cinghia tattica o di trasporto;
  • in autovettura mai appoggiare l’arma sul sedile, sotto di questi o tenerla fra il sedile e la coscia (nel caso della pistola). In caso di incidente, con perdita di conoscenza, l’arma rimarrà incustodita, con possibilità di essere sottratta, smarrita, .
  • usare sempre gli appositi luoghi di “carico-scarico armi”, se esistenti, per le manipolazioni di armamento e scarico dell’arma prima e dopo il servizio. Se non previsti o mancanti scegliere un luogo ritenuto idoneo e sicuro (angolo di muro portante) che possa efficacemente trattenere un eventuale colpo “accidentale”.

 

Detenzione e/o custodia delle armi

 

  • nell’abitazione le armi vanno conservate in luogo sicuro, al di fuori dalla portata dei bambini o di terzi in genere. Un’arma incustodita carica può essere veramente pericolosa se raggiunta da inesperti o incoscienti;
  • se deve essere abbandonata nell’abitazione per periodi più o meno lunghi e non si dispone di un armadio corazzato o di una cassaforte, l’arma deve essere smontata come per le normali operazioni di pulizia (c.d. smontaggio di campagna) e i vari pezzi custoditi in posti diversi;
  • ogni arma comunque deve essere riposta sempre scarica, con le munizioni custodite e chiuse a chiave, in un luogo

 

Nell’applicare sempre scrupolosamente le quattro fondamentali regole di sicurezza, che possono sembrare anche banali per la loro semplicità, non bisogna dimenticare che

dal rispetto di queste e di tutte le altre norme comportamentali, determinate dal comune buon senso, prudenza e attenzione, può dipendere la vita o la morte di qualcuno.

 

RICORDA SEMPRE:

La partenza accidentale di un colpo, con effetti spesso gravi, è sempre la diretta conseguenza di un errore umano, il frutto di una idiota inosservanzao mancata applicazione delle “NORME DI SICUREZZA”.

KRAV MAGA – LA STORIA

 

Il Krav Maga (קרב מגע) è un metodo di combattimento diffuso in ambienti ebraici dell’Europa centro-orientale sin dalla prima metà del XX secolo La parola krav maga, in ebraico moderno, significa letteralmente “combattimento con contatto”. La traduzione più utilizzata è comunque “combattimento corpo a corpo”. Anche se viene spesso indicata come stile di combattimento finalizzato alla difesa personale, in realtà il krav maga ha una componente offensiva che spesso prevede di attaccare l’avversario prima di essere attaccati.

Sistema di difesa personale INNOVATIVO, il Krav Maga trae la sua origine dalla storia di un popolo sottoposto a minaccia costante, e che ha saputo approfittare del meglio di sé nella sua ricerca di difesa e di protezione del suo stato.

Imi Lichtenfeld diceva del cerchio aperto: le buone cose possono continuare a fluire nel sistema e quelle difettose possono uscire.

Il logo del Krav Maga consiste nelle lettere K e M scritte in ebraico per formare il simbolo del Krav Maga. La K e la M sono circondati da un cerchio aperto perchè il sistema è aperto a miglioramenti, aggiungendo tecniche, allenamenti, metodi di allenamento, ed eliminando le tecniche quando sono inutili.

 

La nascita del Krav Maga

La sfida principale legata alla sicurezza e la difesa del nuovo Stato Ebraico, la volontà di sopravvivere generarono uno degli eserciti più rispettati al mondo, tanto per la sua professionalità quanto per  le sue metodologie. Fu così che misero a punto una formazione di combattimento, denominato “Kapap”, di cui i commando dell’unità “Pal’mach” furono i primi a beneficiare. “Kapap” (acronimo per “Krav Panim I’ Panim”) designa in realtà una formazione di commando d’élite, raddoppiata con una formazione di agenti clandestini. Era imperniata sull’apprendimento di tecniche di tiro di combattimento, di corso di lingue straniere, sugli esplosivi, le comunicazioni, e sull’acquisizione di tecniche operative. Un addestramento temibile in materia di sopravvivenza e di combattimento a mani nude o con armi, veniva a perfezionare l’insieme.

Il combattimento a mani nude era una combinazione di tecniche di combattimenti orientali ed occidentali come la boxe inglese, la lotta greco-romana e delle tecniche derivate dal Close Combat del Maggiore W.E. Fairbairn.

Così, la parola “Kapap” definiva sia l’addestramento che il sistema di combattimento e designava la totalità del programma di formazione del commando d’élite.

Fu allora che M. Emrich “Imi” Lichtenfeld (Sde-or) che fu il fondatore del Krav Maga, intervenne nel quadro dello sviluppo di tecniche di auto-difesa nell’ambito delle I.D.F.

Nato nel 1910 a Budapest in Ungheria, era fortemente influenzato da suo padre, allora capo-istruttore per le Forze di Polizia a Bratislava (Slovacchia), e beneficiò del suo insegnamento in materia di sport di combattimento e di preparazione fisica. Imi era un atleta completo che sapeva differenziarsi nella pratica di numerosi sport come la boxe inglese, la lotta greco-romana, la ginnastica dove eccelse, ed il nuoto. Fu consacrato campione di lotta nella categoria junior nel 1928 in Slovacchia. Lo stesso anno, vinse il campionato nazionale di boxe inglese, come pure i campionati internazionali di ginnastica. Durante gli anni ’30 affinò la sua conoscenza delle differenze che esistono tra una competizione con regole e la lotta di strada e iniziò a delineare i primi principi del Krav Maga.

Lasciò la Slovacchia nel 1942 per raggiungere Israele, interessato ad essere utile per il nuovo Stato Ebreo. Fu reclutato nell’ambito dell’ Hagana nel 1944, all’alba della Seconda Guerra Mondiale, dall’Ufficiale superiore Izchack Sade che vide in lui un simbolo d’intégrità e di talento sportivo.

Esperto in preparazione fisica, Imi Lichtenfeld addestrò i soldati, nei suoi settori di competenza quali l’utilizzo d’armi bianche, del bastone da combattimento (tecniche derivate da quelle del Maggiore W.E. Fairbain), la difesa contro armi bianche e bastone.

Dopo la dichiarazione d’indipendenza dello Stato Ebraico, Imi diventò l’istruttore capo delle I.D.F. in materia di preparazione fisica e di auto-difesa. Doveva diventare più tardi l’istruttore capo di Krav Maga per l’insieme delle Forze di Difesa Israeliane. Forte del suo curriculum d’istruttore capo, Imi sviluppò tecniche di difesa contro coltello, armi da fuoco, fucile a baionetta e contro differenti attacchi e minacce. Fedele alla sua massima “dal cammino più breve e più rapido”, egli include tecniche di boxe, di Jujitsu e di Judo, con l’aiuto di altri istruttori. Queste furono le premesse di quello che si chiamerà Krav Maga.

Ma Imi Lichtenfeld non si fermò qui. Sviluppò un metodo meno complesso da insegnare ai soldati delle I.D.F., e proseguì la sua riflessione sviluppando tecniche semplici che possono essere assimilate rapidamente, pur affermando il concetto del “vai verso il pericolo”; migliore strategia per annientare la minaccia o l’attacco.

La fine degli anni 50 gli danno ragione quando nasce l’unità segreta battezzata Unità 216 o “Sayeret Mat’kal”, mentre tutti s’interrogano sulla necessità di istruire l’insieme delle Forze Israeliane al Krav Maga, tanto la minaccia dei paesi arabi era grande. Le tecniche di auto-difesa e di combattimento erano allora riservate alle unità d’élite. Imi Lichtenfeld fu così designato per creare, sviluppare e codificare un metodo di combattimento semplice ed efficace. Questo metodo portava il nome di Krav Maga, o Combattimento Corpo a Corpo (Combattimento a Contatto per alcuni).

 

KRAV MAGA

Nel KRAV MAGA (in Israeliano significa combattimento corpo a corpo) non vi è nulla di superfluo o estetico, ma solo estrema efficacia, istintività, condizionamento, velocità di esecuzione delle combinazioni fino alla risoluzione del problema.

L’idea che permea l’elaborazione del krav-maga è quella della misura e della rapidità dei movimenti. A differenza delle arti marziali che ritualizzano i gesti il Krav-Maga è un sistema di combattimento pragmatico. Ogni gesto è essenziale, ogni colpo diretto verso un punto sensibile.

Nato soprattutto da una riflessione collettiva, il Krav Maga doveva essere un metodo assimilabile rapidamente per preparare i soldati al combattimento, dare loro fiducia ed inculcare loro lo spirito del combattente.

Fu così che Imi Lichtenfeld, su richiesta delle autorità israeliane, creò un programma d’addestramento accelerato che chiamò “Krav Maga”. A base di arti marziali come Jiujitsu e Judo, introdotti da Imi Lichtenfeld il sistema era arricchito di tecniche di boxe, e permise rapidamente di fare fronte ad attacchi e minacce con coltello, armi da fuoco, d’acquisire delle tecniche di combattimento corpo a corpo temibili, delle tecniche di combattimento a terra e contro qualsiasi strangolamento

Fino agli anni ottanta fa era un esclusivo sistema insegnato solamente ai reparti speciali dell’ ISRAELI DEFENSE FORCES e agli operatori della sicurezza nazionale. Successivamente, è stato adattato per le esigenze civili ed insegnato negli ultimi dieci anni in molti stati del mondo, mantenendo sempre intatti i principi fondamentali per cui è nato.

Questa disciplina se addestrata sviluppa:

– l’agilità

– la flessibilità

– la resistenza

– il miglioramento delle abilità motorie

– la coordinazione

– l’equilibrio

– la difesa personale

Il Krav Maga offre ai soldati ed a tutti gli allievi di avere fiducia in se stessi, e di sviluppare una sicurezza in tutti i casi, come pure il suo potenziale fisico. Permette inoltre una gestione ottimale dello stress, e permette a tutti di avere i mezzi per vincere. La sua pratica regolare offre ai praticanti di sviluppare una forma d’intelligenza istintiva, che dà il vantaggio di acquisire una capacità d’adattamento superiore. Ciò che importa, è che il Krav Maga è soprattutto un mezzo sorto e poi provato nella realtà.

Inoltre, si sviluppò un insieme di tecniche proprie del servizio di Sicurezza e di Protezione della persona. Dennis Hanover e alcuni altri istruttori delle Forze Speciali, come il tenente colonnello Chaim Pe’er contribuirono successivamente a elaborare il Krav Maga così come lo conosciamo oggi. Sottolineiamo inoltre l’intervento negli anni ’80 di André Zeitoun (allenatore dell’équipe israeliana amatoriale di Thaï-Boxe), che insegnò la Thaï-boxe ai soldati. Le sue tecniche hanno influenzato i calci utilizzati nel Krav Maga oggi.

Le Polizie e le Forze Speciali del mondo intero l’hanno definitivamente adottato. Il Krav-Maga appartiene al dominio reale. In altri termini, non è un ` metodo di laboratorio, ma un metodo provato all’interno stesso di un conflitto; come lo è stato il “Close Combat del Maggiore W.E. FAIRBAIN”; elaborato in modo empirico. Quindi può essere insegnato tanto ai soldati e rappresentanti delle Forze dell’Ordine, quanto a ogni persona che desidera vivere in tutta quiete, e non nel timore dell’aggressione.

Ma siamo coscienti che, benché il Krav Maga abbia dato numerosi figli, e che egli sia stato l’oggetto di una riflessione diventata collettiva, il Krav-Maga ha avuto un solo padre: Emrich “Imi” Lichtenfeld (Sed-or) modello di saggezza, di serenità, di impegno e generosità.

Stabilì due centri di addestramento, uno a Tel Aviv e l’altro a Netanya e anche durante i suoi ultimi anni, Imi continuò a sovrintendere di persona all’addestramento degl’istruttori.

Il Krav Maga ora è riconosciuto a livello mondiale per lo studio delle tattiche e delle tecniche per la protezione di terza persona, contro gli attacchi e/o minacce armate, siano esse effettuate con armi bianche o da fuoco, comprese quelle automatiche e militari.

Essendo un REALE sistema di autodifesa SEMPLICE e RAPIDO da apprendere, si adatta ad ogni tipo di persona: uomini, donne, di qualsiasi corporatura e peso.

 

La Storia di un popolo

Il popolo ebraico creò un’unità segreta di combattimento battezzato “Haganah”, Difesa in ebraico. Questa doveva rispondere alle minacce e agli attacchi delle bande arabe organizzate. Quest’unità fu creata ben prima della proclamazione dello Stato Ebreo annunciata dai britannici con l’occasione della dichiarazione di Balfour (02/11/1917). Come conseguenza della dichiarazione, l’autorità coloniale diede potere alla polizia locale per formare delle unità di polizia d’elite, per difendere gli interessi esterni e le colonie di agricoltori ebrei isolati contro gli aggressori d’origine Araba.

Quest’unità garantivano anche il mantenimento dell’ordine nelle città, allo scopo di evitare i conflitti civili. Le azioni di quest’unità di polizia erano tuttavia limitate in quanto occorreva inseguire l’avversario dietro le linee nemiche. Fu così che Izchak Sade, fondatore delle Forze Speciali Israeliane ed Ufficiale in seno all’ “Haganah”, dopo avere analizzato i punti deboli di quest’unità, formò allora nuove unità armate per rispondere alle nuove sfide, ed infiltrarsi nelle linee del nemico.

Quando la 2° guerra mondiale sollecitò nuovamente i britannici, la necessità di una fonte affidabile di combustibile diventò determinante. Tuttavia, questo flusso era minacciato dalle truppe tedesche che avanzano verso l’Est dell’Africa del nord e da numerose tribù arabe apertamente alleate ai nazisti. Esitando alla partenza, i britannici si girarono nuovamente verso i combattenti ebrei e formarono le prime unità delle Forze Speciali Israeliane il 14 maggio 1941. Esse furono conosciute sotto il nome di “Pal’mach” (acronimo di Plugot Machatz, unità d’azione e di combattimento).

E’ così che l’ “Haganah” acquisisce un’identità ufficiale, riconosciuta, e fu ribattezzata “Tzava Haganah Le’ Yisraël”, o I.D.F. : le Forze di Difesa Israeliane.

Le appena sorte Nazioni Unite sapevano che si trattava soltanto di una questione di tempo prima che una guerra interessasse la regione. Questo perché  le autorità dell’ONU decisero la divisione delle frontiere: uno Stato Ebreo sulla sponda occidentale del Giordano, ed uno Stato Arabo sulla sponda orientale (la Giordania attuale). A seguito della partenza dei Britannici dalla regione, le autorità Ebree dichiararono l’indipendenza il 14 maggio 1948. Alcune ore più tardi, le forze della Giordania, del Libano, dell’Iraq, dell’Egitto, della Siria e della Palestina attaccarono il giovane Stato di Israele.

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